Abbiamo parlato con Stu/D/O Architects del recupero di un antico edificio “gongsi”, trasformato in uno spazio culturale che impiega l’ingegneria moderna per proteggere la struttura originale e stimolare l’economia locale, rendendo questo spazio uno dei più interessanti “spazi” di rigenerazione urbana.
Il vociare incessante e il ritmo frenetico sono immagini familiari dei quartieri di Charoen Krung e Yaowarat. Tuttavia, addentrandosi nel distretto di Pom Prap Sattru Phai, il tempo sembra scorrere più lentamente. Questa zona del centro storico è ricca di pregevoli edifici commerciali, molti dei quali condividono un destino comune: essere ristrutturati superficialmente o demoliti per far posto a spazi commerciali votati al consumismo. Al contrario, il Baan Trok Tua Ngok, un complesso di cinque botteghe storiche che racchiude generazioni di storia familiare — dall’ex fabbrica di salse all’ufficio assicurativo, fino all’edificio abbandonato aperto una volta l’anno per il culto degli antenati — ha rifiutato questo percorso.
Invece di optare per la via più semplice, ovvero demolire e ricostruire, il proprietario e il team di Stu/D/O Architects hanno scelto la ristrutturazione. Non hanno visto questo edificio come un semplice investimento immobiliare, ma come una “capsula del tempo” carica di memorie familiari, un valore da preservare. È nato così l’inizio di un progetto di sostenibilità profonda, capace di dare nuovo respiro alla storia dello spazio urbano.
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“Volevano che l’edificio tornasse a vivere e che fosse sostenibile autonomamente per i prossimi cento anni. È uno spazio che racchiude profondamente la memoria del proprietario”, racconta Chanasit Cholasuek, co-fondatore di Stu/D/O Architects, illustrando l’intento originale di creare uno spazio che fungesse da capsula del tempo vivente, pronta ad accogliere il contesto contemporaneo.

Above Le antiche finestre in legno sono state sospese su lastre di vetro trasparente, fondendo il fascino del passato con un moderno spazio espositivo (Foto: Kukkong).

Above La vista dall’alto mostra le piastrelle originali e i balconi che collegano ogni piano in uno spazio fluido (Foto: Kukkong).
Un dialogo onesto sullo spazio
L’approccio progettuale di Stu/D/O è guidato dalla massima sincerità: “il vecchio è vecchio, il nuovo è nuovo”. Hanno rifiutato di camuffare i nuovi interventi per imitare il vintage, preferendo invece celebrare la bellezza naturale del tempo. Entrando in questo spazio, si notano le tracce del passato non sovrastate da nuovi elementi. I gradini originali in legno, segnati dall’usura di decenni di calpestio, sono stati riutilizzati con maestria per rivestire le superfici. Pilastri smussati e le tracce di fuliggine sulle piastrelle di terracotta rossa raccontano la storia dell’edificio senza bisogno di targhe esplicative.
L’impegno a ridurre l’impatto ambientale è stato totale. Oltre l’80% delle piastrelle originali è stato pulito e ricollocato nella posizione originaria, limitando drasticamente l’impronta di carbonio. Questo recupero di risorse non è solo un atto di eco-sostenibilità, ma un gesto di profondo rispetto verso la memoria e la storia dello spazio.

Above L’intersezione tra legno e piastrelle vintage evidenzia il fascino di conservare le tracce storiche in questo rinnovato spazio vissuto (Foto: Kukkong).

Above Il gioco di luci e ombre delle inferriate sulle piastrelle antiche crea un pattern naturale che aggiunge vitalità allo spazio (Foto: Kukkong).
L’estetica nata dall’incontro tra eredità storica e contemporaneità è evidente nei dettagli. I telai in legno colorato e le finestre un tempo murate sono state rimosse e “sospese” su pannelli di vetro laminato trasparente, creando un effetto affascinante, quasi come se fossero foto d’epoca incorniciate in uno spazio moderno.
“La nostra sfida era capire come restituire vita all’edificio conservandone la memoria… la percezione finale è quella di un luogo che rimane legato all’architettura antica, pur apparendo nuovo e rigenerato”, spiega Chanasit riguardo alla fusione di due epoche all’interno dello stesso spazio.
Sbloccare lo spazio
Gli antichi edifici commerciali soffrono spesso di una profondità eccessiva che impedisce alla luce naturale di penetrare, rendendo gli ambienti umidi e bui. Gli architetti hanno risolto questo limite trasformando il retrostante corridoio di servizio in un “cortile centrale”, uno spazio che agisce come fulcro per la distribuzione di luce e aria in ogni angolo.
Questa trasformazione ha migliorato drasticamente il benessere degli utenti. Le pareti solide che chiudevano gli ambienti sono state sostituite da ampie vetrate, permettendo alla luce naturale di illuminare profondamente ogni spazio, riducendo la dipendenza dall’illuminazione artificiale durante il giorno e creando un punto focale di calma lontano dal caos esterno.

Above La dimensione di luci e ombre sulle piastrelle vintage arricchisce questo spazio di transizione e movimento (Foto: Kukkong).

Above Un confronto tra lo spazio interno originale e quello attuale, ora trasformato in un corridoio luminoso che conduce al cortile (Foto: Kukkong).
Non si tratta solo di illuminazione: anche la qualità dell’aria e la ventilazione hanno beneficiato di questo nuovo spazio. Il cortile centrale è diventato un punto d’incontro che invita a sostare, creando un’atmosfera rilassante, ideale per la fruizione di opere d’arte. È un approccio architettonico moderno che risolve i problemi degli edifici storici ponendo al centro la qualità della vita.
“È uno spazio davvero speciale, tipologia architettonica rara nelle vecchie case a schiera. Abbiamo creato questo cortile interno per far circolare luce e aria in modo sostenibile”, sottolinea Chanasit sull’importanza di integrare la natura nel progetto di spazio architettonico.
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Above Il confronto prima e dopo la ristrutturazione evidenzia la radicale trasformazione di questo spazio, ora completamente inondato di luce (Foto: Kukkong).
L’ingegneria invisibile nello spazio
A un occhio distratto, potrebbe sembrare solo un lavoro di ritinteggiatura. Eppure, la vera sfida si nasconde sotto lo spazio calpestabile. Le fondamenta e i pilastri in legno originali avevano raggiunto il limite strutturale. Convertire la funzione dell’edificio in una galleria o in uno spazio per eventi di marchi di lusso richiedeva una capacità portante significativamente maggiore. Come rinforzarlo senza distruggere la classica atmosfera dell’edificio?
La soluzione è stata un intervento ingegneristico invisibile. Gli architetti hanno rimosso la pavimentazione del primo piano per alleggerire il carico sulle fondamenta esistenti di circa il 40%. Successivamente, hanno inserito una nuova struttura portante indipendente, che sostiene il peso dell’edificio senza toccare le superfici esterne originali.

Above La leggerezza dei piani superiori, ottenuta eliminando pareti opache, crea uno spazio fluido e luminoso, perfetto per l’espressione creativa (Foto: Kukkong).

Above L’ampio spazio del secondo piano è stato convertito in una sala espositiva pronta ad accogliere visitatori (Foto: Kukkong).
La genialità di questa tecnica risiede nell’accettazione che strutture vecchie e nuove avranno ritmi di assestamento diversi. La separazione strutturale previene le crepe. Inoltre, gli architetti hanno progettato una facciata in vetro con una grafica in tonalità rosso mattone per mascherare eventuali futuri assestamenti, un’innovazione ingegneristica per estendere la vita utile di questo spazio architettonico.
“L’innovazione di questo progetto è strutturale. Non potevamo più caricare la struttura originale, così abbiamo alleggerito il carico e inserito uno scheletro nuovo dentro quello vecchio”, spiega l’architetto.

Above Il corridoio illuminato da luci calde mette in risalto il fascino classico delle porte verdi e delle decorazioni in stucco in questo spazio (Foto: Kukkong).

Above L’usura dei gradini originali racconta il passare del tempo in questo spazio che preserva il passato attraverso il vetro e le protezioni moderne (Foto: Kukkong).
Catalizzatore culturale dello spazio
Ciò che eleva questo luogo al di sopra di un comune progetto di ristrutturazione commerciale è il suo spirito di “impresa sociale”. Il proprietario ha inteso creare un “architettura gentile” che sostiene il contesto circostante attraverso un ecosistema economico integrato.
Il modello parte dall’attrazione di entrate significative attraverso l’affitto di spazi a brand di lusso o club privati (come Louis Vuitton o Soho House). I profitti vengono poi utilizzati per sussidiare altre aree, permettendo ad artisti locali, artigiani, laboratori di ceramica e piccoli imprenditori di utilizzare lo spazio espositivo a prezzi accessibili, creando una piattaforma che sostiene le industrie creative di base.
Inoltre, il progetto migliora la qualità della vita nel quartiere di Trok Tua Ngok creando opportunità lavorative durante gli eventi e collaborando con la Sati Foundation per formare i giovani meno fortunati. Questo spazio architettonico non è solo un edificio, ma una linfa vitale che condivide speranza e opportunità per la crescita dell’intera comunità.
“È un modello di business sostenibile. Alternano lo spazio permettendo al mercato locale di organizzare mostre e workshop a costi ridotti. È un supporto reciproco. Coinvolgono anche i giovani della fondazione durante gli eventi… è un modo per aiutare il contesto locale”, conclude Chanasit sulla dimensione sociale di questo spazio che più li inorgoglisce.
Il viaggio del Baan Trok Tua Ngok oggi supera l’idea che la “sostenibilità” architettonica debba limitarsi alla tecnologia verde. La protezione della radice culturale, l’estensione della vita strutturale attraverso l’ingegneria intelligente e la promozione di un business sociale sono risposte profonde che hanno un impatto concreto. Questo spazio non è un museo silenzioso, ma un pezzo vivo di città che respira insieme alla sua comunità.

Above La facciata restaurata di questo spazio continua a narrare storie attraverso le antiche finestre e le decorazioni originali (Foto: Kukkong).
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