Cover Rifiutando la trama convenzionale, la celebre autrice Thuận trasferisce il peso di ogni suo romanzo sul ritmo e sulla struttura.

Rifiutando di mettere la trama al centro e di compiacere i lettori, la scrittrice Thuận concentra l'intero peso del romanzo sul ritmo e sulla struttura linguistica. Con questo approccio, scrivere non è più narrare, ma un atto di disciplina: freddo, preciso e senza compromessi.

Fredda e risoluta, Thuận rappresenta una voce singolare nel panorama della letteratura vietnamita contemporanea. Rifiuta un approccio narrativo volto a compiacere il lettore, preferendo inoltrarsi nelle profondità della struttura linguistica e delle fratture esistenziali. Per l'autrice, il romanzo è un autentico campo di battaglia del ritmo, in cui la narrazione funge unicamente da pretesto per sperimentazioni formali di grande rigore. Le sue opere delineano uno stile incalzante, pervaso da una satira sottile e privo di compromessi. In questa intervista, Thuận riflette sulla libertà che si cela dietro le regole più ferree, sulla sua posizione di “outsider” e su una letteratura che non cerca l'approvazione delle masse.

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Appartenere a due culture e a due lingue non costituisce mai un limite

In passato ha affermato che la forma determina il contenuto. Per Lei, il romanzo è in primo luogo una storia oppure una struttura linguistica?

Non saprei come definire esattamente un romanzo, ma se si tratta di una storia, deve essere raccontata in un modo fuori dall'ordinario. Il “cosa” si racconta è meno rilevante del “come” lo si racconta.

Quando scrivo, dedico un'attenzione particolare al ritmo; desidero che il lettore ne sia trascinato, piuttosto che dagli eventi della trama. Ogni mio romanzo possiede un ritmo intrinseco, che deve affermarsi sin dalla primissima frase. Per raggiungere tale risultato, tuttavia, ho dovuto effettuare innumerevoli tagli, specialmente nelle mie prime opere. Probabilmente migliaia di parole sono state cancellate prima di approdare a una frase semplice come “Finalmente anche Hanoi è entrata nell'anno 2000” per l'incipit del romanzo Made in Vietnam, o “L'orologio da polso segna le dieci” per schiudere le duecento pagine successive di Chinatown

Tatler Asia
Above La celebre scrittrice vietnamita Thuận

Sebbene abbia scritto svariate opere in vietnamita, per B-52 ou celle qui aimait Tolstoi e Aubépine ha optato direttamente per la lingua francese. Scrivere in un idioma diverso dalla propria lingua madre restituisce un senso di assoluta libertà, liberi dai vincoli della tradizione, oppure rappresenta un atto di “ascetismo” nel dover piegare il pensiero a uno schema estraneo?

Il francese è una lingua estremamente strutturata, che esige il rispetto di molteplici regole. I tempi del passato, ad esempio, si declinano in una decina di forme distinte: passato prossimo, passato remoto, passato recente, trapassato, congiuntivo passato, imperfetto, trapassato prossimo… Oltre ai tempi, i verbi francesi possiedono un “aspetto”, un concetto grammaticale inesistente nella lingua vietnamita.

Per quanto mi riguarda, creare sottostando a queste regole “estranee” non mi suscita affatto un senso di costrizione ascetica. Al contrario, vi rintraccio un profondo senso di libertà: dimentico la tradizione e dimentico persino l'autocensura…

Ciò significa che, a Suo avviso, la libertà letteraria può scaturire dall'abbandono dei vincoli tradizionali e dall'accettazione di un sistema di regole del tutto nuovo?

I vincoli grammaticali, a mio parere, si rivelano spesso affascinanti. Se si padroneggiano adeguatamente i tempi e gli aspetti verbali della lingua francese, la frase acquisisce precisione, concisione ed estrema raffinatezza, rendendo del tutto superflui quei “se solo”, “magari” o “forse” che si è spesso costretti ad aggiungere quando si traduce quella stessa frase in vietnamita.

Tatler Asia
Thuận trong buổi trò chuyện tại Lễ hội Nhà văn Vancouver (Canada)
Above La scrittrice Thuận durante un incontro al Vancouver Writers Fest in Canada
Thuận trong buổi trò chuyện tại Lễ hội Nhà văn Vancouver (Canada)

Passando dal vietnamita al francese, la “scrittrice Thuận” subisce una metamorfosi? Esistono sfere emotive o concettuali che reputa esprimibili unicamente in francese o, viceversa, sfumature che soltanto il vietnamita riesce a veicolare?

Il vietnamita e il francese differiscono notevolmente, risultando persino antitetici sotto certi profili; tuttavia, ciascuna lingua possiede una propria innegabile bellezza. Se il francese si distingue per la sua logica, il vietnamita vanta una straordinaria flessibilità: se sapientemente sfruttato, diviene uno strumento capace di rendere la narrazione ricca, complessa e polisemicamente profonda — un requisito che ritengo essenziale nell'arte.

Appartenere a due culture e padroneggiare due lingue non costituisce mai un ostacolo. Lo considero, al contrario, un immenso arricchimento. Dentro di me, il vietnamita e il francese non entrano in conflitto. Si configurano come un binomio armonioso che mi consente di proseguire la creazione letteraria parallelamente in entrambi gli idiomi.

Scrivendo in francese pur risiedendo in Francia, in che modo preserva il Suo stile affinché non si dissolva nella corrente letteraria locale? Ambisce a essere considerata una “scrittrice francese” o piuttosto una “scrittrice che si esprime in francese”?

A dire il vero, nutro scarso interesse per le etichette che mi vengono attribuite. Probabilmente nessuna di esse mi si addice appieno.

La Sua prosa in vietnamita è celebre per il ritmo incalzante e la scarsa punteggiatura. Nel passaggio al francese — lingua rinomata per il suo rigore grammaticale e sintattico — ha dovuto “dichiarare guerra” ai precetti dell'Académie Française per mantenere la Sua cadenza distintiva?

È innegabile che, componendo in francese, presto un'attenzione più minuziosa alla punteggiatura, rispettando le norme grammaticali. Ciononostante, mantengo il mio stile sincopato e incalzante; si tratta di un tratto caratteriale difficile da sradicare. Non ritengo che il mio approccio venga compromesso dalla ferrea struttura del francese. Solitamente scrivo di getto, permettendo a emozioni e pensieri di fluire liberamente, per poi operare una selezione rigorosa, conservando unicamente l'essenziale. È un processo che presenta forti analogie con il montaggio cinematografico.

Per me, il romanzo è l'arte dei dettagli incastonati in una visione d'insieme, che talvolta paragono allo scheletro di un edificio. La differenza risiede nel fatto che, nell'edilizia, si costruisce seguendo un progetto già definitivo. Quando si scrive un romanzo, invece, ci si imbarca in un'autentica avventura. La complessità risiede proprio in questo. Mi siedo sempre alla scrivania “con le mani e la mente sgombre”, come affermava Marguerite Duras, o “alla deriva nell'oceano in totale solitudine”, per citare Patrick Modiano… eppure, alla fine, esigo da me stessa opere linguisticamente e strutturalmente solide. È frutto dell'intuito? Dell'esperienza? Non saprei dirlo. La scrittura non ha mai smesso di rappresentare per me una sfida inesauribile.

La “mente sgombra” a cui allude si riferisce a uno stato puramente intuitivo, oppure è il culmine di un lungo e disciplinato percorso di assimilazione?

Probabilmente si tratta di intuito.

Tatler Asia
Above Un momento significativo della carriera della scrittrice Thuận
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Above Un'immagine evocativa legata al percorso letterario dell'autrice
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Above L'autrice Thuận catturata durante un intenso momento creativo
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Above Dettagli visivi che riflettono l'estetica della celebre scrittrice vietnamita

Nelle Sue opere, la storia non si manifesta come una sequenza di pietre miliari, bensì attraverso le “cicatrici” dell'esistenza personale. Rivolgendosi a un pubblico francese riguardo a tematiche intimamente legate alla realtà vietnamita, predilige fornire spiegazioni esplicite o lascia che il lettore navighi autonomamente nel flusso dei Suoi ricordi?

Entrambe le cose. Fornisco spiegazioni, sovente in maniera concisa e puntuale, ma al contempo lascio spazi vuoti affinché il lettore possa interrogarsi continuamente, appagare la propria curiosità e stimolare l'immaginazione. La letteratura e l'arte dovrebbero rendere il lettore libero e lucido, non il contrario.

Si dovrebbe scrivere per far sorridere i lettori anziché farli piangere

I Suoi personaggi sono spesso immersi in un profondo senso di alienazione, talvolta come se stessero progressivamente svanendo dalla loro stessa esistenza. Ritiene che nella società contemporanea — un'epoca in cui tutto è interconnesso — l'essere umano sia paradossalmente più propenso a scivolare in un'invisibilità di matrice esistenziale?

Sì, i miei protagonisti sovente ignorano dove si trovi “casa”, dove sia la loro “terra d'origine”, se il “ritorno” debba essere in Vietnam o in Francia. Ma è forse questa l'unica causa del loro tormento? Non ne ho la certezza. Nel romanzo Sậy (Canne), la protagonista, rientrata in Vietnam dopo dieci anni di studi all'estero, sperimenta un senso di smarrimento totalmente inatteso proprio nella terra in cui è nata e in cui ha trascorso i primi diciotto anni di vita. Alla fine, decide di fare ritorno a Parigi. Tuttavia, dubito fortemente che riuscirà a sottrarsi al senso di alienazione in quella città che credeva esserle così familiare, dove ha vissuto la giovinezza e conosciuto l'amore…

A Suo giudizio, questa sensazione di smarrimento è una conseguenza diretta della migrazione o rappresenta piuttosto una condizione universale dell'individuo moderno, a prescindere dal luogo in cui si trova?

L'esilio è un tema ampiamente esplorato nella letteratura mondiale, sebbene sovente impiegato dagli autori per esibire un sentimento di nostalgia, come se il passato fosse stato congelato nel momento esatto della loro partenza. Nutro una certa diffidenza sia verso l'ostentazione che verso la nostalgia fine a se stessa; ecco perché i miei personaggi sono lacerati dall'estraneità che provano nel momento del ritorno. Avere due patrie equivale, in fondo, a non averne nessuna. Forse, però, è proprio questa condizione a conferire loro una prospettiva più obiettiva.

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Scrivere richiede di "vivere" con i personaggi, esplorando i regni più segreti e inaspettati dell'animo umano. - Scrittore Thuan

La Sua prosa mescola sovente la tragedia a un umorismo intriso di cinismo. Ritiene che la satira rappresenti per uno scrittore un mezzo per mantenere la giusta distanza dal mondo circostante, oppure si tratta di un meccanismo di ribellione contro sistemi di pensiero eccessivamente solenni?

Scrivere di tragedie senza l'ausilio dell'umorismo e della satira servirebbe unicamente a far estrarre i fazzoletti ai lettori, spingendoli a piangere disperatamente dimenticandosi di tutto il resto. Ho sempre creduto fermamente che si dovrebbe scrivere per suscitare un sorriso nei lettori, non per farli sprofondare nelle lacrime. E quando essi stessi si sorprendono di fronte alla loro reazione inaspettata, è proprio in quell'istante che acquisiscono consapevolezza dello stile dell'opera e dell'autentica arte della scrittura.

Non teme che, se i lettori divengono troppo “consapevoli dell'arte della scrittura” durante la lettura, ciò possa interrompere bruscamente il flusso emotivo travolgente che la Sua prosa aveva sapientemente costruito?

Affatto. Ritengo, al contrario, che ciò consenta loro di cogliere appieno l'essenza del mio approccio letterario.

I miei romanzi non sono mai stati pensati per il grande pubblico

In un'epoca in cui l'intelligenza artificiale si dimostra capace di emulare lo stile di innumerevoli autori e di generare testi su vasta scala, quale ritiene sia l'elemento insostituibile dello “scrittore umano”?

L'intelligenza artificiale non è altro che una macchina. Come ha giustamente sottolineato, può unicamente “emulare”, scimmiottare le superficialità esteriori, o tutt'al più orchestrare un esercito di marionette. La scrittura, al contrario, esige di “vivere” in simbiosi con i personaggi, di esplorare i recessi più intimi e le lande più insospettabili dell'animo altrui.

In cosa consistono esattamente questi recessi segreti o queste lande insospettabili?

Rappresentano tutto ciò che non può essere decodificato tramite la mera logica convenzionale: un universo sfumato e nebuloso che definiamo “inconscio”.

Tatler Asia
Above Una prospettiva intima della scrittrice durante una sessione di riflessione
Tatler Asia
Above Dettagli dell'ambiente creativo dell'autrice vietnamita Thuận

Come valuta la posizione odierna della letteratura vietnamita nel panorama letterario globale? Ritiene che all'estero La leggano per la curiosità di scoprire un “Vietnam alternativo” o perché è riuscita a sfiorare tematiche universali dell'uomo moderno, quali la solitudine e l'assurdità?

La letteratura vietnamita gode ancora di scarsa notorietà oltre i confini nazionali. Il pubblico è costituito perlopiù da individui in cerca di narrazioni esotiche e di un intrattenimento leggero. Probabilmente è per questa ragione che spesso rimangono spiazzati di fronte ai miei testi.

Intende dire che i lettori stranieri, accostandosi alla letteratura vietnamita, non si aspettano di imbattersi in una scrittura così tecnicamente complessa e dal respiro internazionale come la Sua?

Esattamente, provano un senso di disorientamento. Cercano puro svago, e io, al contrario, infliggo loro un bel grattacapo.

Nell'era dominata dai contenuti brevi, i romanzi complessi o la letteratura d'élite sembrano trasformarsi in un “sacramento” riservato a una nicchia sempre più ristretta. Ha intenzione di mantenere saldo il Suo stile o prenderà in considerazione l'idea di mutarlo?

I miei romanzi non sono mai stati la prima scelta del grande pubblico. Tanto i lettori vietnamiti quanto quelli francesi, in linea di massima, lamentano la freddezza e la spigolosità del mio stile narrativo: si domandano perché non mi rassegni ad andare a capo più spesso, a forgiare frasi brevi, rassicuranti e intrise di atmosfere orientali, filosofia Zen, Buddhismo, Confucianesimo. In questi giorni sto affrontando la stesura del mio dodicesimo romanzo; non so ancora dove mi condurrà questa nuova avventura, ma posso affermare con certezza che non sarà un trionfo commerciale.

Se in futuro nuovi paradigmi narrativi, come la realtà virtuale o l'intelligenza artificiale, dovessero alterare inesorabilmente le modalità di fruizione dell'arte, come immagina la sopravvivenza del romanzo, e in che modo lo scrittore continuerà a “creare”?

Forse il numero di coloro che scrivono si ridurrà sensibilmente, ma esisteranno sempre autori capaci di conservare una fede incrollabile nel romanzo. Nulla potrà dissuaderli dal proseguire il loro viaggio alla ricerca di inedite forme espressive, che sappiano porsi in sintonia con lo spirito della loro epoca.

Cosa auspica che i giovani — schiacciati tra l'ossessione per il successo e il vuoto pneumatico dell'era digitale — traggano dalla chiusura di un Suo libro: una forma di conforto o piuttosto un'indispensabile inquietudine?

Non nutro la pretesa che le mie opere rechino conforto; spero, tuttavia, che possano indurli a mutare prospettiva su talune questioni, stimolare nuove riflessioni, aiutarli a concepire nuovi paradigmi estetici o risvegliare in loro memorie assopite…

In definitiva, qual è, a Suo avviso, la missione primaria del romanzo?

“Scrivere equivale a tacere, a sprofondare nel silenzio, a urlare senza emettere alcun suono”. Condivido intimamente questa visione di Duras riguardo alla letteratura. E per quanto concerne la missione? Quando scrivo, l'unico mio pensiero è rivolto agli standard rigorosi che impongo a me stessa.

La ringraziamo infinitamente per questa conversazione illuminante.


Thuận (all'anagrafe Đoàn Ánh Thuận, nata ad Hanoi nel 1967) risiede stabilmente a Parigi dal 1991. Rappresenta una delle figure più autorevoli della scena letteraria contemporanea, distinguendosi per la sua straordinaria abilità nel comporre opere bilingui, sia in vietnamita che in francese. L'autrice è universalmente riconosciuta per aver rivoluzionato l'approccio strutturale al romanzo, decostruendo la narrativa convenzionale per abbracciare le correnti del postmodernismo globale. Attualmente si annovera tra i rari talenti capaci di esercitare un'influenza tangibile e trasversale sia in Vietnam che sui mercati internazionali, con particolare rilievo in Francia e negli Stati Uniti.

Opere principali:

  • In lingua vietnamita: Made in Vietnam (2002), Chinatown (2005), Paris 11 tháng 8 (2006), T. mất tích (2007), Vân Vy (2009), Thang máy Sài Gòn (2012), Chỉ còn 4 ngày là hết tháng Tư (2014), Thư gửi Mina (2019), Sậy (2023).
  • In lingua francese: B-52 ou celle qui aimait Tolstoi (2025), Aubépine (2026).

Riconoscimenti:

  • Chinatown (nella traduzione inglese curata da Nguyễn An Lý) è stata insignita del prestigioso National Translation Award nel 2023 (USA) e annoverata tra i Best Books dal The New Yorker nel 2022.
  • B-52 ou celle qui aimait Tolstoi è stata inserita nella rosa dei 10 Best Books del 2025 dalla celebre Académie Goncourt (Francia).
  • Aubépine ha ottenuto la rinomata Bourse de Création nel 2025 assegnata dal CNL (Centre National du Livre, Francia).

Articolo originariamente pubblicato nell'edizione di Tatler Vietnam dell'aprile 2026

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