Nel 2017, la giurista Navi Pillay ha lasciato la FIFA dopo aver contestato le ingerenze nelle attività di supervisione indipendente. Nove anni dopo, il Premio Nobel per la Pace 2026 riconosce quasi sei decenni di battaglie coraggiose: dalle prigioni dell'apartheid ai tribunali internazionali, fino alle campagne globali per l'uguaglianza delle Nazioni Unite, Pillay ha sempre sfidato il potere in nome dei diritti umani.
Nel maggio 2017, mentre la FIFA (Fédération Internationale de Football Association) cercava di riabilitare la propria reputazione dopo gli scandali di corruzione, Navi Pillay rassegnò le proprie dimissioni dal Comitato di Governance. La giurista si oppose fermamente alla decisione di non riconfermare Miguel Poiares Maduro, responsabile della commissione, a seguito delle polemiche sollevate sull’eleggibilità del vice primo ministro russo Vitaly Mutko nel Consiglio FIFA.
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Il comitato presieduto da Maduro aveva respinto la candidatura di Mutko, ritenendo la sua posizione politica incompatibile con le norme di neutralità della FIFA. Maduro denunciò successivamente pressioni dai vertici dell’organizzazione per cambiare tale decisione, proprio mentre la Russia si preparava a ospitare i Mondiali del 2018. La FIFA respinse ogni accusa di interferenza.
Nella lettera di dimissioni del 17 maggio, Pillay richiamò i codici etici che la FIFA imponeva ai propri funzionari, dichiarando l’impossibilità di servire un’organizzazione i cui vertici violavano proprio quegli standard adottati. Per Navi Pillay, l’indipendenza dei supervisori rimane un valore imprescindibile, anche in un’organizzazione sportiva.
Nove anni dopo, il 9 ottobre 2026, è stata insignita del Premio Nobel per la Pace, diventando la successiva figura sudafricana a essere onorata per il suo impegno in favore dei diritti umani e della giustizia, unendosi a nomi del calibro di Albert Luthuli, Desmond Tutu e Nelson Mandela. La figura di Pillay rimane un pilastro globale della lotta per i diritti civili.
Dalle biblioteche proibite ai tribunali internazionali
Nata nel 1941 a Clairwood, una comunità operaia di origine indiana a Durban, Pillay è cresciuta sotto il regime dell’apartheid. Ottava di otto figli, si è laureata in legge all’Università del Natal grazie al sostegno economico dei vicini. Quando iniziò a esercitare la professione nel 1965, le porte erano quasi chiuse per una donna non bianca: persino gli studi legali rifiutavano di assumerla.
Nel 1967, aprì il suo studio legale a Durban, diventando la prima donna non bianca della provincia a farlo. Tuttavia, le leggi dell’epoca le impedivano di accedere alle biblioteche giuridiche riservate ai bianchi o di entrare negli studi dei magistrati.
Seguita nei primi anni dal mentore Narainsamy Naicker, un attivista legato all’African National Congress (ANC), Navi Pillay iniziò presto a gestire autonomamente casi di prigionieri politici e oppositori dell’apartheid. Nel 1973, ottenne una sentenza storica che garantiva il diritto di accesso agli avvocati e ai testi legali per i detenuti di Robben Island, tra cui Nelson Mandela.
Questa sentenza, ottenuta da Pillay, fu fondamentale per ampliare l’assistenza legale in un sistema che discriminava persino tra gli avvocati stessi.

Above La giurista Navi Pillay durante una sessione di lavoro dedicata alla tutela dei diritti civili.
Documenti d’archivio dei "Nelson Mandela Prison Papers" testimoniano la costante collaborazione tra i prigionieri di Robben Island e lo studio legale di Pillay. In una lettera del 1977, Mandela chiese espressamente allo studio Seedat, Pillay & Co di intraprendere azioni legali contro le autorità carcerarie per porre fine agli abusi di potere.
Parallelamente, la giurista si dedicò alla protezione delle donne vittime di violenza domestica. Nel 1986, con Anshu Padayachee, fondò l’Advice Desk for Abused Women a Durban, offrendo supporto legale e promuovendo l’uso di ordinanze restrittive per prevenire le aggressioni.
Con la fine dell’apartheid, nel 1995 Pillay divenne la prima donna non bianca a essere nominata alla Corte Suprema del Sudafrica, dando inizio alla sua carriera internazionale. Lo stesso anno, fu nominata giudice del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, creato dopo il genocidio del 1994. Nel 1998, il suo collegio giudicante emise una sentenza storica nel caso Jean-Paul Akayesu, riconoscendo per la prima volta la violenza sessuale come strumento di genocidio.
L’impegno di Pillay per la dignità universale
Dopo l’esperienza in Ruanda, Pillay ha servito come giudice presso la Corte Penale Internazionale (ICC) dal 2003 al 2008, prima di assumere l’incarico di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Durante il suo mandato, ha gestito crisi geopolitiche complesse, inclusa la situazione in Siria, richiedendo indagini internazionali indipendenti sugli attacchi ai civili.
Uno dei contributi più significativi di Pillay è stato il lancio, nel 2013, di “Free & Equal”, la prima campagna comunicativa globale dell’ONU contro la discriminazione della comunità LGBT. Lanciata a Città del Capo con il supporto di Desmond Tutu, l’iniziativa ha superato gli schemi diplomatici tradizionali.
Utilizzando video, musica e social media, la campagna ideata da Navi Pillay ha raggiunto oltre un miliardo di persone nel mondo, portando il messaggio dell’uguaglianza ben oltre le sale riunioni. Grazie a figure come Pillay, le Nazioni Unite hanno saputo coniugare competenze giuridiche ed efficacia comunicativa.
Anche dopo il suo mandato, Pillay ha continuato a difendere le minoranze, arrivando a definire “apartheid di genere” le restrizioni imposte alle donne dai talebani in Afghanistan. La sua presidenza della Commissione d’inchiesta dell’ONU sui territori palestinesi occupati e Israele, culminata con l’analisi sulle operazioni militari a Gaza, ha ulteriormente consolidato il ruolo di Navi Pillay come figura chiave nella giurisprudenza internazionale contemporanea.
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Above Navi Pillay in un momento di confronto istituzionale durante il suo mandato all’ONU.
Un premio Nobel che onora Navi Pillay
Il 9 ottobre 2026, Navi Pillay si trovava nella Sala 600 di Norimberga, teatro dei processi storici contro i vertici nazisti, quando ha appreso di essere stata insignita del Premio Nobel per la Pace. Con la sua consueta umiltà, ha dedicato il riconoscimento alle vittime dei crimini internazionali.
Il Comitato Nobel norvegese ha sottolineato la coerenza di Pillay nella difesa dei principi giuridici globali in un periodo segnato da forti pressioni politiche. Nonostante le critiche e le minacce di sanzioni da parte di vari governi, Navi Pillay ha ribadito l’importanza di proteggere l’integrità della giustizia internazionale.

Above Navi Pillay riceve il prestigioso riconoscimento internazionale per il suo impegno nella tutela dei diritti.
Il percorso di Navi Pillay rimane fonte di ispirazione per le nuove generazioni di avvocati, come confermato da Adila Hassim, che ha visto in lei un modello fondamentale durante i propri studi. A 85 anni, l’impegno di Pillay non si ferma: continua a essere coinvolta nei procedimenti presso la Corte Internazionale di Giustizia, inclusa la difesa dei diritti dei Rohingya.
Il Premio Nobel per Navi Pillay non è solo il coronamento di una carriera, ma una testimonianza vivente che la lotta per la giustizia non ha mai fine.
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