Discover the Japanese principles daily life and learn how small, intentional practices can change the way you move through each day (Photo: Jr Korpa/Unsplash)
Cover Si esplorino i principi giapponesi applicati alla vita quotidiana per scoprire come gesti mirati e minuziosi possano trasformare la concezione di ogni singola giornata (Foto: Jr Korpa/Unsplash)
Discover the Japanese principles daily life and learn how small, intentional practices can change the way you move through each day (Photo: Jr Korpa/Unsplash)

Se la felicità non è una destinazione, in che modo si può cambiare la propria prospettiva per trovare la personale “ragione di vita” e, applicando i principi giapponesi, creare un mondo autenticamente più gentile?

Il Giappone suscita spesso l'ammirazione del mondo non solo per il suo straordinario sviluppo economico, ma anche per il modo in cui preserva i legami invisibili tra gli esseri umani, la natura e l'universo. Dalla ricerca del senso dell'esistenza al mantenimento dell'umiltà necessaria per apprendere, fino all'arte del donare, la cultura nipponica ha sviluppato uno squisito ecosistema di principi giapponesi volti ad ascoltare autenticamente il respiro del proprio animo e quello del mondo.

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Ikigai: alla ricerca della ragione di vita

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Ikigai finds balance at the intersection of passion, skill and daily purpose to guide your choices (Photo: Finde Zukunft/Unsplash)
Above L'Ikigai non preserva dalle avversità, ma infonde la forza necessaria per superare i momenti difficili e procedere con determinazione ascoltando il proprio io interiore (Foto: Finde Zukunft/Unsplash)
Ikigai finds balance at the intersection of passion, skill and daily purpose to guide your choices (Photo: Finde Zukunft/Unsplash)

Il concetto di Ikigai ha origine nell'isola giapponese di Okinawa e nasce dall'unione di due parole: “iki” (vivere) e “kai” (ragione). In termini semplici, si traduce come la propria “ragione di vita” o “motivo per esistere”.

Sebbene questa nozione sia nota alla popolazione nipponica da lungo tempo, è stata sistematicamente concettualizzata e divulgata su larga scala attraverso il volume “Ikigai ni Tsuite” (Sul significato della vita), pubblicato nel 1966 dalla psichiatra Mieko Kamiya. Molti ritengono erroneamente che l'Ikigai consista in uno stato di felicità perpetua; in realtà, funge da autentica bussola. Non funge da scudo contro le avversità, bensì fornisce la resilienza necessaria per affrontare le difficoltà e avanzare con fermezza, mettendosi in ascolto di se stessi.

Attualmente, si osserva un'affascinante divergenza nell'approccio a tale filosofia:

  • Prospettiva occidentale: solitamente concepisce l'Ikigai come uno strumento per l'orientamento professionale, celebre per il diagramma di Venn che interseca quattro sfere: ciò che si ama, ciò in cui si eccelle, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò che garantisce un reddito.
  • Prospettiva originale giapponese: l'Ikigai rappresenta la ricchezza dell'animo e quel senso di benessere che affiora quando si conferisce un significato a ogni singolo istante della propria esistenza. Può trattarsi della serenità provata ammirando un'alba, del diletto nello sperimentare una nuova proposta culinaria, o del calore che si percepisce riunendosi con la propria famiglia.

Kaizen: il potere dei piccoli cambiamenti

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Kaizen involves consistent improvements can transform routines without adding stress or complexity (Photo: THE 5TH/ Unsplash)
Above Il Kaizen prevede miglioramenti continui, in grado di trasformare i processi senza generare ulteriore stress o inutili complicazioni (Foto: THE 5TH/Unsplash)
Kaizen involves consistent improvements can transform routines without adding stress or complexity (Photo: THE 5TH/ Unsplash)

Il Kaizen è una celebre filosofia aziendale giapponese, il cui nome deriva dalla fusione di “Kai” (cambiamento) e “Zen” (migliore), traducendosi dunque come “miglioramento continuo” o “cambiare in meglio”. Si fonda sull'implementazione di piccole ma costanti modifiche per ottimizzare l'efficienza, la qualità e la produttività in ogni ambito operativo, eliminando gli sprechi e perfezionando sia le strumentazioni che i flussi di lavoro.

Questo metodo affonda le proprie roots nel secondo dopoguerra, durante la riorganizzazione economica del Giappone. Avviato quando la Toyota Motor Corporation istituì il Sistema dei Suggerimenti nel 1951, l'approccio dei piccoli passi ha garantito un'eccellente qualità dei prodotti e una maggiore produttività lavorativa, contribuendo in modo significativo allo sviluppo dell'azienda in quell'epoca.

Nella vita quotidiana, l'adozione di questi principi giapponesi prende avvio da abitudini minute: dedicare dieci minuti alla meditazione mattutina, correre per quindici minuti al giorno, o annotare cinque motivi di gratitudine prima del riposo notturno. Privilegiando la costanza rispetto alla perfezione, il Kaizen allevia la pressione psicologica derivante da obiettivi eccessivamente ambiziosi, incoraggiando nel contempo un progresso misurabile e gestibile. Considerando il miglioramento come un flusso ininterrotto piuttosto che un traguardo definitivo, risulta evidente che il successo autentico è il frutto di piccole e meticolose abitudini quotidiane.

Shoshin: mantenere la mente del principiante

Nella terminologia del Buddhismo Zen, “Shoshin” (Mente originaria) designa la “mente del principiante”. Questo concetto evidenzia un paradosso: maggiore è la conoscenza acquisita, più facilmente la mente tende a chiudersi. Come scrisse il maestro zen Shunryu Suzuki: “Nella mente del principiante vi sono innumerevoli possibilità, ma in quella dell'esperto ve ne sono ben poche.”

La storia offre innumerevoli testimonianze di come l'atteggiamento da esperto (o la presunzione di esserlo) possa indurre al conservatorismo e ostacolare il progresso scientifico. Nel 1912, quando il geofisico tedesco Alfred Wegener avanzò l'ipotesi della deriva dei continenti, in contrasto con le convinzioni dell'epoca, fu oggetto di derisione da parte dei massimi geologi mondiali. I colleghi in Germania definirono la sua teoria un “delirio”, mentre gli accademici statunitensi lo accusarono di diffondere pseudoscienza. Furono necessari svariati decenni affinché le vecchie concezioni venissero sovvertite e la validità della sua teoria venisse riconosciuta.

Allo stesso modo, nelle neuroscienze, la cieca fiducia nel “dogma inappellabile” del leggendario scienziato spagnolo Santiago Ramón y Cajal, secondo cui il cervello adulto non potesse generare nuovi neuroni, ha persistito tenacemente per decenni, ignorando prove contrarie sempre più inconfutabili.

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Above Mantenendo la prospettiva di un principiante, ci si libera dai preconcetti consolidati, preparandosi ad accogliere le informazioni in modo oggettivo (Foto: Unsplash)

Risulta evidente che la sensazione di “sapere abbastanza” possa ergersi a barriera, impedendo di attingere a verità più elevate. Quando ci si rinchiude nel titolo di esperto, si cade facilmente in un “dogmatismo cognitivo” che irrigidisce il pensiero. In tale contesto, lo Shoshin, così come altri principi giapponesi, rappresenta il perfetto antidoto all'arroganza intellettuale. Mantenendo la mente del principiante, si smantellano i pregiudizi per recepire le nozioni con obiettività. È possibile praticare lo Shoshin attraverso i seguenti metodi:

  • Credere in una mentalità orientata alla crescita: anziché considerare l'intelligenza un elemento statico, è opportuno applicare la filosofia Kaizen per perfezionarsi quotidianamente. Si rammenti che ogni traguardo è unicamente una tappa in un viaggio di apprendimento senza fine.
  • Muoversi verso l'autocritica: ricercare attivamente argomentazioni che confutino le proprie opinioni. Porsi domande avverse permette di evadere dagli automatismi e di affinare la qualità delle proprie decisioni.
  • Apprendere l'arte della divulgazione: quando si illustra una tematica complessa a terzi impiegando un linguaggio accessibile, il proprio bagaglio cognitivo si riorganizza in modo logico e cristallino.
  • Ampliare la propria visione del mondo: non si esiti a sperimentare abitudini inedite, a dialogare con chi possiede punti di vista divergenti o a concedersi del tempo per percepire i più impercettibili mutamenti della natura. Un cuore capace di emozionarsi di fronte all'esistenza è, indubbiamente, un cuore sempre pronto ad apprendere.

Ma: lo spazio intenzionale

Il Ma è il concetto di vuoto o pausa tra gli elements, un'idea profondamente radicata nella filosofia e nell'estetica giapponese. Essendo alla base di svariate forme d'arte tradizionali, dall'architettura alla calligrafia, dalla musica al teatro nipponico, il Ma sottolinea come il vuoto non sia un'assenza insignificante, bensì una componente attiva all'interno di una composizione. Nel teatro Noh o nella cerimonia del tè, le pause misurate con estrema cura accrescono la consapevolezza e generano uno squisito stato di equilibrio.

Nella vita quotidiana, creare attivamente tali interstizi offre lo spazio per contemplare, riflettere e adattarsi alle vicissitudini. Nelle interazioni sociali, sono proprio i momenti di silenzio a fungere da catalizzatore, promuovendo saggezza e una profonda comprensione reciproca. Analogamente, un ambiente domestico privo di eccessi estetici ottimizza la funzionalità e crea una squisita armonia visiva.

A differenza del mero vuoto, il Ma è un intervallo sapientemente orchestrato tra ciò che è manifesto e lo spazio che lo circonda. Rappresenta la pausa necessaria per osservare, interiorizzare l'esperienza e riorientarsi prima di intraprendere il passo successivo. 

Wabi-sabi: accogliere l'imperfezione

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Discover the Japanese principles daily life and learn how small, intentional practices can change the way you move through each day (Photo: Jr Korpa/Unsplash)
Above Il Wabi-sabi è una filosofia incentrata sulla ricerca dell'incanto estetico insito nell'autenticità e nella natura grezza di ogni elemento (Foto: Jr Korpa/Unsplash)
Discover the Japanese principles daily life and learn how small, intentional practices can change the way you move through each day (Photo: Jr Korpa/Unsplash)

Il Wabi-sabi trae ispirazione dalla dottrina Zen del Buddhismo giapponese e dalle tre caratteristiche dell'esistenza secondo gli insegnamenti buddhisti: l'impermanenza, la sofferenza e l'assenza di un sé immutabile. “Wabi” denota il minimalismo, l'impermanenza e l'imperfezione, mentre “sabi” indica l'influenza inesorabile dello scorrere del tempo sugli oggetti e sugli esseri umani. 

Nella sua interezza, il Wabi-sabi è una filosofia di vita che mira a scorgere l'avvenenza in ogni elemento, apprezzando l'essenza naturale e incontaminata delle cose. Significa accettare tutto per come si presenta: imperfetto, effimero e incompleto. Celebra la semplicità e la bellezza originaria dell'esistenza. 

Oltre a essere l'anima della cerimonia del tè, costituisce un canone estetico per architettura, pittura, poesia e ceramica. L'esempio più sublime è l'arte del Kintsugi, in cui i frammenti di ceramica infranta vengono saldati con lacca urushi mescolata a polvere d'oro. Invece di celare le fratture, il Kintsugi le esibisce orgogliosamente quale testimonianza storica e simbolo di rinascita dell'oggetto. Analogamente, la ceramica Raku, con la sua superficie scabra e imprevedibile, esalta la bellezza generata dai “difetti” insiti nel processo artigianale. Più un manufatto è antico, rustico e pregno di carattere individuale, più incarna l'apice dell'estetica nel mondo del Wabi-sabi.

A livello personale, insegna l'indulgenza verso se stessi, incoraggiando l'accettazione delle proprie mancanze e del fluire inesorabile del tempo. Deponendo il fardello delle aspettative e degli standard ideali irraggiungibili, ci si concede il lusso di procedere con rinnovata leggerezza. Attraverso la morigeratezza e l'autenticità, il Wabi-sabi fornisce solide fondamenta per vivere appieno il presente, concependo ogni incrinatura come parte inscindibile del bello, per raggiungere così una profonda serenità spirituale.

Omoiyari: la gentilezza senza aspettative

L'Omoiyari è una filosofia e un codice comportamentale distintivo del Giappone; si traduce in un'empatia, una premura e un'attenzione verso il prossimo elargite con assoluta sincerità, senza attendere nulla in cambio. È la fusione di “Omoi” (pensiero) e “Yari” (azione), manifestandosi nella capacità di intuire e anticipare i bisogni altrui, agendo con cortesia ancor prima che vi sia una richiesta formale. 

Lo spirito dell'Omoiyari permea ogni anfratto della frenetica vita nipponica. La popolazione tutela lo spazio personale altrui moderando il tono di voce nei luoghi pubblici, silenziando i dispositivi mobili ed evitando categoricamente di effettuare chiamate a bordo di treni e autobus. 

Un ulteriore esempio risale al primo anno delle scuole primarie, quando gli alunni giapponesi riordinano autonomamente le aule, una lezione fondamentale sull'assunzione di responsabilità per lo spazio fruito. Tale consapevolezza li accompagna fino all'età adulta: nei ristoranti, non è inusuale che i commensali impilino le stoviglie e detergano il tavolo prima di congedarsi. Questo gesto non scaturisce da un obbligo, bensì dal desiderio di alleviare il compito del personale e di predisporre un ambiente immacolato per gli ospiti successivi.

Nel settore retail, se si acquista una borsa pesante, il personale applica spontaneamente un rivestimento protettivo sui manici per evitare fastidi alle mani. Qualora dovesse piovere, le borse di carta vengono repentinamente avvolte in una copertura impermeabile per garantire che il contenuto rimanga integro fino a casa.

Il pregio supremo dell'Omoiyari risiede nella sua natura disinteressata. Proprio perché non brama riconoscimenti né elogi, questa attitudine risulta ancora più nobile. Opera silenziosamente come una sorgente sotterranea che nutre il suolo, senza ostentazione, ma costantemente presente per confortare e unire le persone. Apprendendo a declinare tali principi giapponesi nei gesti più modesti di ogni giorno, il mondo potrà trasformarsi in uno spazio permeato di cura ed estrema sollecitudine.

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