Cover La scrittrice Đoan Bùi, un’importante figura della letteratura di lusso francese.

Nata nel 1976, la scrittrice e giornalista francese di origini vietnamite Đoan Bùi è una voce autorevole. Reporter per il settimanale Le Nouvel Obs, ha vinto nel 2013 il prestigioso premio Albert Londres per i suoi reportage sui migranti, rendendo la sua opera un punto di riferimento per la letteratura d’impegno.

Autrice di numerose opere dedicate sia a un pubblico adulto che infantile, il suo romanzo La Tour (2022) ha riscosso un ampio consenso critico, ottenendo riconoscimenti come il Prix de la littérature d’Asie e il Prix Jean Cocteau. Ad oggi, la produzione letteraria di Đoan Bùi tradotta in vietnamita include i volumi “Người cha im lặng” (Il padre silenzioso, pubblicato da Phương Nam Books) e il recente “Xứ sở Vô Danh” (La terra senza nome, edito da Kim Đồng), entrambi tradotti dalla scrittrice Thuận, a conferma del profondo legame tra la letteratura di Đoan Bùi e il pubblico vietnamita.

Intervista realizzata con il supporto di Nguyễn Thị Hồng (Istituto Francese in Vietnam).

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Nella società odierna, la perdita di un figlio è spesso trattata come un tabù. Quali barriere psicologiche ha dovuto superare per affrontare questo tema in un’opera dal carattere autobiografico come “Xứ sở Vô Danh”?

Parte di questo libro era stata redatta già tredici anni fa. Ho impiegato molto tempo per estrapolare il manoscritto dai miei spazi privati e trovare il coraggio di rileggerlo. Scrivere è un atto, ma decidere di condividere tali contenuti è un impegno completamente differente.

In questo racconto aleggiano numerosi silenzi e un profondo senso di vergogna. Tuttavia, ho compreso che molte persone vivono esperienze analoghe. Si pensi a chi, sopravvissuto alla guerra, convive con un senso di colpa paralizzante. Quando si rompe il silenzio, si dichiara implicitamente di non voler più essere schiavi di tale vergogna, spesso alimentata da stereotipi sociali. Come dimostrato dal movimento MeToo, la voce collettiva infonde il coraggio necessario al singolo. Ascoltare le esperienze altrui ci permette di affermare: “Anch’io ho vissuto una situazione simile”, fornendoci la forza di abbandonare l’oscurità del mutismo.

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Above La scrittrice Đoan Bùi durante un evento letterario dedicato alla sua opera di narrativa e saggistica.
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Above Un momento di riflessione dell’autrice Đoan Bùi sulla letteratura contemporanea e le radici vietnamite.

Ha scelto di narrare la storia in terza persona, utilizzando la prima persona solo nelle sezioni in cui assume il ruolo di reporter. Quale intento artistico sottende questa transizione nel trasmettere il dolore personale?

L’uso della terza persona apre lo spazio alla narrazione finzionale, offrendo la necessaria distanza emotiva. Ho sperimentato vari pronomi personali, ma la versatilità del vietnamita è stata sorprendente: il “je” francese si traduce in termini familiari come “madre” e “figlio”, creando una connessione emotiva che nella lingua francese non riuscivo a percepire con la medesima intensità.

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“Xứ sở Vô Danh” fonde epistolari, citazioni letterarie, musica e messaggi sui social media. Cosa l’ha spinta a integrare una tale pluralità di registri in un unico romanzo?

L’opera è una sorta di patchwork, meticolosamente assemblato, che riflette la natura stessa dell’esistenza. Quando riordiniamo l’abitazione di una persona cara scomparsa, tra oggetti, messaggi sul telefono e fotografie, ricostruiamo frammenti di una vita intera. È un approccio alla letteratura che rispecchia la realtà quotidiana.

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Above Il design editoriale della copertina del romanzo “Xứ sở Vô Danh” di Đoan Bùi.

Come reporter attiva in territori spesso segnati da conflitti e tragedie, ravvisa un legame tra il dolore individuale di una madre e i traumi collettivi?

Il mio obiettivo è costantemente identificare tali connessioni. Silenzio e vergogna sono esperienze individuali forgiate dal contesto collettivo. Il mio lavoro di reporter, che mi ha condotto in luoghi come l’Ucraina o il Libano, mi ha permesso di comprendere meglio la storia della mia famiglia in Vietnam.

Ogni incontro rafforza la mia comprensione dell’essenza del lutto e della perdita. Queste esperienze non definiscono solo il mio vissuto, ma si inseriscono nel dolore universale dell’umanità. Credo fermamente che l’essenza stessa della scrittura e della lettura risieda nella capacità di costruire ponti e connessioni tra gli esseri umani.

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Above Đoan Bùi in missione giornalistica sul campo durante la stesura dei suoi reportage internazionali.

Che rapporto intercorre tra “Xứ sở Vô Danh” e il suo percorso di riappropriazione della lingua vietnamita?

Sebbene sia la mia lingua madre, il vietnamita era rimasto celato nella mia memoria dopo anni trascorsi in Francia. La malattia di mio padre, vent’anni fa, è stata il catalizzatore che mi ha spinto a riscoprire le mie radici. Sei anni fa ho iniziato a studiare nuovamente la lingua e la trovo infinitamente preziosa.

Il termine vietnamita “thương” è centrale: racchiude al contempo amore, ferita, dolore e malinconia. È una parola che mi accompagna sin dall’infanzia, legata ai ricordi di mia nonna e di mia madre. Il fatto che in vietnamita l’ospedale venga definito “nhà thương” (letteralmente “casa del thương”) aggiunge una sfumatura poetica: è un luogo in cui l’amore persiste anche nel momento dell’addio. Questa parola racchiude la sostanza della mia letteratura: un filo che unisce il dolore alla permanenza del sentimento. Rispecchia la mia consapevolezza che, sebbene chi amiamo scompaia, l’essenza del loro spirito vive in noi.

Grazie mille, Đoan Bùi.

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