Ming Lampson riflette su 25 anni a Notting Hill, sulle tradizioni orientali che plasmano il suo lavoro e sull’ingegneria nascosta dietro la sua collezione anniversario dedicata a Ming Lampson.
Da 25 anni, la gioielliera di origine hongkonghese Ming Lampson lavora dal suo atelier di Notting Hill, costruendo un corpus di opere che attinge tanto dalle classiche tradizioni occidentali quanto dal simbolismo cinese, dallo shibori giapponese e dall’intaglio indiano. La sua collezione anniversario, intitolata 25, è nata come celebrazione dei legami che le sue pietre preziose creano tra paesi e fedi diverse, ma è presto diventata una riflessione sul suo percorso personale, sui clienti e sulle famiglie che indossano le sue creazioni. La collezione testimonia anche il suo impegno costante nel celare una complessa ingegneria all’interno di design apparentemente semplici, come l’anello Dahlia, i cui petali mobili vibrano a ogni movimento. In questa intervista, Ming Lampson discute la filosofia giapponese del monozukuri, la convinzione che il suo atelier possa realizzare qualsiasi cosa e il motivo per cui ha iniziato a credere che non esistano regole per indossare gioielli di alta manifattura.
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Above Orecchini Masquerade della designer Ming Lampson (Foto: per gentile concessione di Ming Lampson)
Lei ha trascorso decenni a Notting Hill, portando però con sé le influenze di Hong Kong, suo luogo di nascita, e oltre. In che modo questa fusione tra oriente e occidente ha informato la sua estetica, non solo visivamente ma anche filosoficamente?
Sono inglese e nelle mie creazioni sono presenti indubbiamente tradizioni classiche occidentali; tuttavia, sono sempre stata affascinata dall’arte e dall’artigianato asiatico. Il simbolismo cinese, lo shibori giapponese, l’intaglio indiano, l’architettura religiosa thailandese e singalese: tutte queste tradizioni decorative influenzano profondamente le mie forme, i colori e i volumi. La filosofia del monozukuri [“il creare le cose”] è per me fondamentale. In Giappone ha un nome specifico, ma in tutta l’Asia esiste generalmente un profondo rispetto per l’arte, la tradizione e la realizzazione di oggetti con un alto grado di abilità, dedizione e perfezione. Il potere delle pietre preziose nell’Ayurveda, la visione di Confucio sulla giada, la storia del commercio delle perle: tutti questi elementi sono esempi di come la filosofia e le tradizioni orientali abbiano plasmato l’approccio artistico di Ming Lampson.
Spesso ha parlato di rendere l’ingegneria complessa quasi impercettibile. Qual è un pezzo della collezione 25 che meglio incapsula questa illusione tecnica e quale è stato il momento decisivo per realizzarlo?
Ci sono numerosi pezzi nella collezione 25 che sono tecnicamente complessi ed è difficile sceglierne solo uno. L’anello Dahlia appare come un semplice anello floreale, ma i petali, che sono pietre individuali, sono liberi e progettati per vibrare. Far muovere ciascuna gemma senza che cada, assicurandosi che non si inclinino lateralmente o che non mostrino i connettori retrostanti, è stata una sfida ardua. Ci sono voluti molti tentativi per calibrare correttamente le dimensioni dei fili e nascondere completamente la struttura. Quando si guarda l’anello per la prima volta, sembra semplice; è solo osservandolo da vicino che l’ingegneria di Ming Lampson diventa evidente.
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Above L’anello Dahlia, creazione unica di Ming Lampson (Foto: per gentile concessione di Ming Lampson)
Ha affermato in precedenza che un gioiello dovrebbe sembrare nato “per magia”. Qual è il suo processo per mantenere questo senso di meraviglia attraverso una maestria così rigorosa?
Amo osservare un’opera d’arte e provare il desiderio di guardarla di nuovo, di scrutare i dettagli, di ammirarla da un’angolazione diversa. Desidero creare gioielli che meritino un secondo sguardo, che catturino l’attenzione e rimangano impressi nella mente. Il mio obiettivo è trattare il gioiello come una scultura, bella da ogni prospettiva, non solo frontalmente.
La collezione 25 appare profondamente autobiografica. Quando ha iniziato a progettarla, l’ha immaginata come una linea temporale personale o come una storia universale di connessione?
Quando ho iniziato a disegnare la collezione 25 di Ming Lampson, si trattava di una storia di connessioni. È magico per me avere legami con ogni grande religione e così tanti paesi diversi attraverso le pietre preziose. Il mio scopo iniziale era celebrare queste relazioni nei pezzi, ma ho scoperto che, riflettendo sulla provenienza delle gemme, non potevo non considerare il mio percorso e come il mio passato influenzi il mio modo di lavorare. Le connessioni create dai gioielli riguardano non solo l’origine delle gemme, ma anche la loro destinazione finale nelle mani di chi li riceve.

Above Gli orecchini Firethorn firmati Ming Lampson (Foto: per gentile concessione di Ming Lampson)
Il suo lavoro spesso spinge i limiti del tecnicamente possibile. C’è stato un pezzo nella collezione 25 che inizialmente sembrava impossibile da realizzare ma che ha ridefinito le capacità del suo atelier?
Credo fermamente che il mio atelier possa realizzare qualsiasi cosa; progetto sempre con tale libertà di pensiero. Amo la sfida di capire come costruire un gioiello e non credo che avrei lo stesso piacere nel design se mi preoccupassi costantemente della fattibilità tecnica. Ho anche incredibili orafi che condividono la mia filosofia. Creiamo con la libertà di sapere che, se qualcosa non funziona al primo tentativo, troveremo un modo per adattare il design e risolverlo. Questo è il viaggio creativo che tutti noi amiamo.
Guardando indietro a questi 25 anni, quale principio è rimasto immutato nel suo studio e quale convinzione ha invece superato?
La mia convinzione che i gioielli siano un tesoro non è mai cambiata. Ciò che è cambiato è il mio pensiero su come debbano essere indossati: oggi credo che non ci siano regole e che si debba indossare ogni creazione di Ming Lampson come e quando si desidera.





