Cover Nel suo album Petal, caratterizzato da toni oscuri, Ariana Grande affronta l’ossessione parasociale e il commento al corpo attraverso motivi horror. Ecco la recensione di Ariana Grande.

Uscendo dalla bolla rosa di “Wicked”, l’ottavo album in studio di Ariana Grande affronta la fama, l’implacabile scrutinio del corpo e le pretese del pubblico con un synth-pop affilato e una resilienza inquietante, confermando Ariana Grande come artista completa.

La fama è una gabbia dorata: il prestigio e il fascino ti costano la pace, la riservatezza e, quasi sempre, la salute mentale. Vivere sotto i riflettori significa esistere sotto un microscopio permanente—intrappolati in una boccia di vetro dove ogni mossa viene giudicata e nessuna aspettativa viene mai soddisfatta, specialmente per un’artista del calibro di Ariana Grande.

Eppure, nell’ottavo album in studio di Ariana Grande, Petal, l’artista esplora come, nonostante subisca le conseguenze della celebrità, mantenga ancora il controllo sul proprio destino creativo.

Petal arriva a due anni di distanza dall’introspezione emotiva di Eternal Sunshine e subito dopo l’intensa promozione dell’adattamento cinematografico di Wicked. Questo disco rappresenta inoltre un ulteriore tassello della collaborazione artistica tra Ariana Grande e i produttori Max Martin e Ilya Salmanzadeh.

Allontanandosi dall’estetica di Glinda, il personaggio interpretato in Wicked, l’album si apre con il brano trascendente kiss me, che funge da portale etereo e cinematografico verso questa nuova epoca. Mescolando delicate armonie vocali stratificate con una produzione synth suggestiva e atmosferica, il brano unisce la sognante teatralità di Glinda alla realtà più cupa e introspettiva che Ariana Grande si appresta ad affrontare nel resto del disco.

Segue il primo singolo, hate that i made you love me, che rivela il rammarico dell’artista riguardo alla propria fama. Si tratta di un ritratto sinistro in cui chi è stato perseguitato diventa ora colui che perseguita chi ha abusato della sua musica, del suo dolore e della sua identità.

Above Il video musicale di Ariana Grande per il brano “hate that i made you love me”

Quando è stato pubblicato il video musicale del secondo singolo, la title track Petal, l’attenzione è stata immediatamente catturata dal commento all’intensa speculazione sul suo aspetto fisico, dalle discussioni sulla sua magrezza e dalle continue diagnosi effettuate online. Ironicamente, questo intenso scrutinio ha confermato il punto focale del video: mettere uno specchio davanti all’urgente desiderio del pubblico di valutare, diagnosticare e pretendere cambiamenti nel corpo e nella carriera di Ariana Grande. Seguendo le vicende di un’attrice in difficoltà di nome Pepper, il video di Petal ha trasformato lo sguardo pubblico invasivo nel tema centrale dell’opera stessa.

Facendo leva su motivi horror e taglienti metafore visive, Ariana Grande riflette lo sguardo invadente del pubblico verso l’osservatore, affrontando la questione dei limiti che fan e osservatori possono superare.

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Above Il video musicale ufficiale di Ariana Grande per la canzone “Petal”

L’album è avvolto in sonorità sorprendentemente cupe, quasi horror, guidate da pesanti e drammatici sintetizzatori anni ’80. Vocalmente, Ariana Grande compie un deliberato cambiamento stilistico, allontanandosi dalle sue iconiche note di registro superiore e dalle belt drammatici. La sua interpretazione si concentra su una dizione nitida e una pienezza vocale calda e radicata. I registri bassi conferiscono ai testi un’urgenza cruda e intima.

Tra i brani stay, oh well, big feelings e freak, Ariana Grande costruisce un avvincente pendolo emotivo. Qui, l’armatura della pop star si incrina, esponendo l’estenuante lotta interiore tra il desiderio di mantenere il controllo sulla propria vita e il cedere al rumore assordante dell’opinione pubblica.

Raggiungiamo un punto di svolta con warning signs (interlude), dove Ariana Grande esprime la vulnerabilità e la delusione per l’affetto spesso condizionato che riceve dai fan. 

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Da questo momento in poi, Ariana Grande offre una risposta candida, acuta e resiliente a anni di incessante scrutinio, con brani come like i do, never get over me e bad thing. Con uno stile da femme fatale, Ariana Grande rivendica il proprio potere, usando la sua sensualità e il suo spirito pungente per smantellare il piedistallo restrittivo su cui il pubblico l’aveva collocata.

Infine, con nowhere, nobody, la cantante passa con disinvoltura da una posizione difensiva all’affermazione della propria desiderabilità e autorità artistica. Una conclusione resiliente per un album profondamente suggestivo. Grande dimostra ancora una volta perché è una superstar.

Al centro, Petal è un disco sulla fiducia ritrovata, sulla rivitalizzazione e sull’appropriazione della propria narrazione. Nelle parole dell’artista, l’album riguarda “qualcosa di pieno di vita che cresce tra le crepe di qualcosa di freddo, duro e difficile”. È una celebrazione della resilienza di Ariana Grande: sapersi riprendere e imparare a fiorire negli ambienti più inaspettati.

Sullo sfondo della decisione di allontanarsi dai riflettori, Ariana Grande riflette sulla propria traiettoria: gli alti, i bassi e l’estenuante peso delle aspettative del pubblico. Petal non è solo un album sul sopravvivere al giudizio, ma una dichiarazione di autonomia personale. Per quanto il cemento possa essere freddo, Ariana Grande dimostra che può ancora fiorire nonostante tutto.

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Karis Tsang
Redattore associato junior, Tatler Philippines
Tatler Asia
Karis Tsang - Junior Associate Editor - Tatler Philippines

Karis Tsang è Junior Associate Editor presso Tatler Philippines. Racconta storie che si collocano all'incrocio tra l'alta società, l'arte locale e la cultura pop. Laureata in giornalismo presso l'Università di Santo Tomas, ha un talento innato per scovare lo straordinario nell'ordinario. Quando non è impegnata a scrivere freneticamente contro il tempo per rispettare una scadenza, probabilmente si perde in un teatro, analizza minuziosamente lo stile o pianifica la sua prossima avventura creativa.