Non so se Hamnet sia un capolavoro. Tuttavia, è indubbiamente un'opera autentica, e l'autenticità, come sa bene la foresta, e come sanno Agnes e coloro che accolgono il silenzio, è una virtù ben più rara di qualsiasi capolavoro.
Credevo che non avrei mai scritto su questo film. È ciò che mi sono detto uscendo da una piccola sala di proiezione, con appena dieci spettatori, al cinema Kamera in una remota provincia della Germania occidentale. L'oscurità stava già calando, l'aria primaverile era fredda e umida, e sono rimasto fermo per un istante senza sapere in che direzione incamminarmi. Il film Hamnet ha sfiorato in me qualcosa che non riesco ancora a definire con chiarezza: una sensazione simile al dolore ma non del tutto, come una rivelazione non ancora pienamente formata.
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Hamnet è tratto dall'omonimo romanzo di Maggie O'Farrell. Il titolo riprende il nome del figlio, tragicamente scomparso in tenera età, dell'uomo che in seguito diventerà William Shakespeare. (Definire questo libro una storia sul lutto sarebbe riduttivo tanto quanto dire che Anna Karenina è un romanzo sull'adulterio). Dopo “Nomadland” e “The Rider”, Chloé Zhao appare come la regista più indicata per posizionare la cinepresa in mezzo alla natura e permetterle di esprimersi come un personaggio dotato di un proprio respiro. In Hamnet, la foresta di Arden, che si estende attraverso il Warwickshire, rappresenta uno stato d'animo costante; è l'essenza dell'interiorità.
Above Il trailer ufficiale del film Hamnet, un'opera cinematografica di straordinaria bellezza e rara intensità.
Quando Agnes, moglie di Shakespeare, donna singolare e capace di interpretare i segnali del corpo, delle foglie e delle stagioni, appare nella foresta per la prima volta, rannicchiata ai piedi di un albero secolare, la cinepresa segue improvvisamente il suo sguardo verso un falco posato su un ramo. È come se la macchina da presa stessa fosse una creatura vivente che scivola tra l'erba umida. Questa scelta stilistica capovolge l'intera dinamica visiva: non privilegia lo sguardo umano dall'alto verso il basso sulla natura, bensì adotta l'umile prospettiva di una compagna di viaggio.

Above Una suggestiva inquadratura tratta dal film Hamnet, che celebra la profonda connessione con la natura.
Guardando questa pellicola, ho pensato a Michel Houellebecq, e in particolare al romanzo Sottomissione, per il modo in cui l'autore descrive un mondo in cui l'essere umano ha perso la capacità di vivere il presente, recidendo il legame con quel ritmo primordiale che il linguaggio moderno non riesce più a racchiudere. Una sorta di “geopolitica della tristezza”: l'individuo isolato proprio dalla sua stessa comodità. Karl Ove Knausgård ha affermato che Houellebecq esplora la solitudine dell'anima in un mondo che ha smarrito la propria forma. Chloé Zhao indaga lo stesso tema (la disgregazione dei moderni fondamenti spirituali), ma utilizzando la luce al posto delle parole: cosa abbiamo perduto smettendo di ascoltare, ignorando la voce della foresta, non percependo più il ritmo delle stagioni e trascurando quel sussurro silenzioso dentro di noi?

Above L'estetica visiva di Hamnet cattura perfettamente l'atmosfera eterea e rurale della campagna inglese.

Above Agnes, splendidamente interpretata in Hamnet, incarna l'essenza mistica e malinconica di questo affascinante racconto.
Agnes conosce la risposta (e lo sguardo magnetico di Jessie Buckley è l'incarnazione perfetta di questo interrogativo). Sa quale pianta curi la febbre, quando si avvicina una tempesta, e sa persino — dettaglio che il film non dichiara esplicitamente ma lascia sospeso nell'aria — che il proprio figlio è destinato a morire. E non può far nulla per impedirlo. È l'impotenza dell'amore di fronte al tempo. Tutta la saggezza tramandata dalla “madre foresta”, la sua intera e profonda armonia con il mondo vegetale, non riescono ad arrestare ciò che la natura ha inesorabilmente decretato.
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Il direttore della fotografia Łukasz Żal utilizza un'inquadratura ampia e lenti luminose per mantenere la foresta alle spalle di Agnes in una morbida sfocatura, creando un senso di lontananza e mistero, ma pur sempre di forte presenza. Per quanto concerne la colonna sonora, Hamnet si avvale delle composizioni di Max Richter, caratterizzate da archi, cori femminili e strati sonori estremamente delicati, che generano un “tremolio di fondo”, uno stato emotivo avvolgente (il celebre brano “On the Nature of Daylight” assurge a simbolo universale della perdita). Nelle scene dedicate ad Agnes, la musica si fa spesso distante e nebulosa, come l'eco proveniente da un altro mondo. Nel film, la tristezza e il dolore appaiono più come una risonanza che come un vero e proprio climax.

Above I paesaggi mozzafiato del film Hamnet riflettono lo stato d'animo profondamente tormentato dei protagonisti.

Above Un momento di intensa intimità e silenziosa contemplazione in una scena cruciale del film Hamnet.
Il montaggio segue un principio che potremmo definire “il respiro degli alberi”: sequenze lunghe e lente vengono improvvisamente interrotte da un istante fugace, un bambino che si volta a guardare, una folata di vento tra i capelli arruffati, per poi ritornare al ritmo posato. Forse è proprio questa la cadenza della memoria? Non ricordiamo la vita attraverso narrazioni lineari, bensì attraverso frammenti sparsi tra zone d'ombra. C'è una scena in cui Agnes insegna alla figlia le proprietà delle erbe. A cosa serve il rosmarino? Per aromatizzare il succo di mela, risponde la bambina. No, serve per non dimenticare.
Nel finale, quando l'opera “Hamlet” va in scena per la prima volta a Londra e il pubblico di Shakespeare piange la morte del principe di Danimarca, Zhao stacca sul volto di Agnes, che guarda verso il palcoscenico. Riconosce suo figlio nel personaggio. Comprende che William non ha perduto Hamnet; ha trasfigurato Hamnet nel linguaggio dell'arte, un'entità che sopravvivrà ben oltre ogni altra cosa.

Above L'adattamento cinematografico di Hamnet esplora con maestria il delicato confine tra la vita, l'arte e la memoria.
Viviamo in un'epoca in cui tutto viene misurato in base alla fine, al ciclo di vita dei prodotti, alle scadenze, al ritmo serrato delle notizie. Abbiamo dimenticato la cadenza naturale, un regno dove non esiste una vera e propria fine, ma unicamente trasformazione. Chloé Zhao è riuscita in un'impresa che ritenevo impossibile nel cinema commerciale: ha conferito peso al silenzio, ha donato voce alla foresta, e ha reso la morte di un bambino vissuto quattro secoli fa un interrogativo su come stiamo vivendo oggi, davanti ai nostri schermi, con l'illusione di controllare il tempo mentre, in realtà, stiamo soltanto fuggendo da esso.
Non so se questo film sia annoverabile tra i capolavori assoluti. Ma, perlomeno, è un'opera profondamente autentica, e l'autenticità, come ben sanno la foresta, Agnes e tutti coloro che riconoscono il valore del silenzio, è un attributo ben più raro e prezioso di un capolavoro. Questo è il dono che i grandi film ci offrono: non necessitano di spiegare la vita, si limitano a ricordarci che la stiamo vivendo.
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