La celebre attrice sino-americana Joan Chen, nota per “L’ultimo imperatore” e “Twin Peaks”, ha ricevuto il mese scorso il premio Star Asia Lifetime Achievement al New York Asian Film Festival. Joan Chen racconta come ha unito il cinema cinese a quello di Hollywood e trovato ruoli più ricchi in questa fase della sua vita, consolidando il prestigio di Joan Chen nel mondo dello spettacolo.
Pochi attori vantano una carriera paragonabile a quella di Joan Chen. Già celebre in Cina prima dei vent’anni, si è trasferita a Hollywood negli anni ’80, diventando una delle rare figure interculturali in grado di stabilire una presenza duratura sia nel cinema cinese che in quello occidentale. I successi di Joan Chen precedono quelli di Michelle Yeoh, il cui primo ruolo internazionale di rilievo è stato quello di Bond girl nel film di James Bond del 1997 Il domani non muore mai; Zhang Ziyi, che ha debuttato a Hollywood nel 2001 con la commedia Rush Hour 2; e Gong Li, protagonista nel 2005 di Memorie di una geisha.
Chen ha iniziato la sua carriera negli anni ’70 da adolescente, conquistando il pubblico nazionale con il classico del 1979 Little Flower. La sua interpretazione di una giovane combattente partigiana alla ricerca della sua famiglia le è valsa il premio come Miglior Attrice agli Hundred Flowers Awards — prestigioso riconoscimento per il cinema della Cina continentale, di Hong Kong e Taiwan — quando aveva appena 19 anni.
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Above Joan Chen sul tappeto rosso degli Hundred Flowers Awards a Pechino il 10 agosto 2026 (Foto: Getty Images), in un momento celebrativo per la grande Joan Chen.
Trasferitasi al cinema occidentale negli anni ’80, ha intrapreso un percorso internazionale altrettanto brillante. È stata scritturata in opere iconiche come L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci e nella serie TV Twin Peaks di David Lynch. I lavori contemporanei di Joan Chen, sia come attrice che come regista, mettono in luce questioni sociali complesse, inclusa l’esperienza migratoria in Dìdi di Sean Wang e in Montreal, My Beautiful di Xiaodan He. La sua influenza è testimoniata anche dal suo ruolo come uno dei primi membri cinesi dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.
A luglio, il New York Asian Film Festival (NYAFF) ha onorato Joan Chen con il prestigioso Star Asia Lifetime Achievement Award, celebrando quattro decenni di carriera creativa. Nonostante il riconoscimento, l’attrice, oggi sessantacinquenne, resta con i piedi per terra. “È magnifico essere celebrati in qualsiasi fase della propria vita”, dichiara. “Naturalmente mi sento onorata e immensamente felice. Ma, in ultima analisi, ciò che conta è restare creativi. Il processo creativo è ciò che mi regala il piacere più autentico.”

Above Joan Chen durante una scena del film ‘Little Flower’ (Foto: IMDB), un ruolo che ha definito l’inizio della carriera di Joan Chen.
Il percorso di Joan Chen verso il cinema non era pianificato. Nata a Shanghai in una famiglia di illustri medici, con una madre farmacologa e un padre radiologo, ci si aspettava che seguisse le orme familiari. “Recitare non è stata una mia scelta. Sono stata selezionata durante il liceo”, racconta. “In Cina, all’epoca, non c’era libertà di scegliere i personaggi. Ti veniva assegnato un ruolo e dovevi farlo. Sono stata fortunata a essere scelta come protagonista in quattro pellicole.”
Tra questi, il suo debutto in Youth, Hearts for the Motherland (1979) e Awakening (1981). Tuttavia, arrivata negli Stati Uniti nel 1981 per studiare medicina, una carriera a Hollywood sembrava impensabile. “Non pensavo affatto alla recitazione, perché non vedevo attori asiatici in televisione”, confessa.

Above John Lone e Joan Chen nel film del 1987 ‘L’ultimo imperatore’ (Foto: IMDB), interpretazione che ha consacrato Joan Chen a livello internazionale.
L’ingresso nell’industria americana avvenne per caso. Joan Chen entrò in un’agenzia senza appuntamento e, trovando un ufficio vuoto, convinse un agente a riceverla. Iniziò con ruoli minori, più per necessità finanziarie che per ambizione. “Pagava meglio del lavoro al ristorante che svolgevo allora”, ricorda ridendo. “Non l’ho considerato subito una carriera. Le opportunità erano pochissime rispetto a oggi.” Tuttavia, la passione per l’arte non è mai svanita e, nonostante la disapprovazione materna, ha finito per scegliere la strada della regia, chiedendosi: “Vuoi essere il medico più bello o solo un’altra bella attrice?”
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Above Joan Chen nel ruolo di Janice Kim in ‘Remarkably Bright Creatures’ (2026) (Foto: Diyah Pera e Netflix), un altro tassello importante per Joan Chen.
La svolta internazionale di Joan Chen arrivò con L’ultimo imperatore (1987), ma a quell’epoca Hollywood restava restia a concedere ruoli di primo piano ad attori asiatici. “È stato un successo, ma non ha realmente lanciato la mia carriera in un’industria che era ancora molto diversa”, riflette l’attrice. Oggi, una nuova generazione di registi della diaspora sta finalmente scrivendo ruoli complessi e tridimensionali per veterani del calibro di Joan Chen.
Frustrata dagli stereotipi degli anni ’90, Joan Chen si è dedicata alla regia per presentare storie con risonanza personale. Il suo debutto, Xiu Xiu: The Sent-Down Girl, esplora il trauma della Rivoluzione Culturale, riflettendo la sua connessione profonda con la storia della Cina.

Above Charlotte Aubin e Joan Chen in ‘Montreal, My Beautiful’ (Foto: IMDB), dove Joan Chen interpreta un ruolo di profonda introspezione.
Recentemente, Joan Chen ha recitato in Montreal, My Beautiful, film che ha profondamente colpito la sua sensibilità. “Mi sono sentita vicinissima al copione perché tratta una storia di immigrazione, proprio come la mia vita privata”, afferma. Il ruolo offre una profondità emotiva rara per le donne della sua età, superando l’immagine stereotipata di madre o nonna per esplorare desiderio e fame di vita. “È un personaggio realmente complesso.”

Above Un ritratto attuale dell’iconica Joan Chen (Foto: Getty Images), che continua a ispirare il pubblico.
Sull’inclusività a Hollywood, Joan Chen sottolinea che la vera rappresentazione deve andare oltre il semplice tokenismo. “È magnifico avere sceneggiatori asiatici, ma non basta la parola ‘inclusività’. Servono registi capaci di penetrare l’umanità di persone come noi.” Attualmente, oltre a sviluppare un nuovo progetto indipendente come regista, Joan Chen sta espandendo il suo orizzonte artistico preparando una mostra multidisciplinare a Shanghai. In collaborazione con il fratello artista, l’installazione racconterà il viaggio nomade che collega Cina e Stati Uniti.
“È il nostro percorso creativo a unire due culture differenti”, conclude Joan Chen. Che si tratti di regia, scrittura o arte visiva, Joan Chen considera la creazione un’esigenza costante. “Creare dal nulla mi regala un piacere immenso. Indipendentemente dal genere, sono sempre alla ricerca di una storia da raccontare.”





