«Paragonare i miei film ad altre forme di cinema è come paragonare la poesia alla prosa». Scopriamo insieme la natura poetica dell’opera di Maya Deren, pioniera del cinema.
Questa celebre frase di Maya Deren (1917–1961), figura fondamentale del cinema sperimentale statunitense, è immancabile quando si riflette sulla “poesia nel cinema”. Maya, nata in una famiglia intellettuale fuggita dall’antisemitismo europeo, possedeva una formazione multidisciplinare che spaziava dalla danza alla letteratura. Il suo approccio al cinema non fu casuale: ogni suo film integra diverse forme d’arte. Guardando capolavori come Meshes of the Afternoon (1943), At Land (1944) o Ritual in Transfigured Time (1946), la danza emerge in ogni movimento degli attori e della macchina da presa, spesso diretta dalla stessa Deren. Più che all’ispirazione pura, la sua opera si fonda su una solida riflessione teorica, come espresso nel suo saggio An Anagram of Ideas on Art Form and Film, dove rivendica il potenziale del cinema di integrare tutte le altre arti.

Above La pioniera del cinema sperimentale Maya Deren.
Ma come può un film possedere una “natura poetica” se la poesia è fatta di parole e il cinema di immagini? Per comprendere l’intuizione di Maya Deren, dobbiamo distinguere tra il cinema di stampo “prosastico” e il suo stile unico. All’epoca, la maggior parte dei film erano adattamenti di romanzi o sceneggiature di romanzieri, mentre i documentari non erano che saggi illustrati. Il “cinema poetico” di Deren, al contrario, organizza spazio e tempo in modo che la narrazione sia più vicina alla poesia che alla prosa. Prendiamo ad esempio Ritual in Transfigured Time: laddove il romanzo richiede personaggi definiti da un contesto sociale e temporale lineare, il film di Maya propone figure simboliche. Le tre Parche danzano con una statua greca in templi e prati atemporali, una struttura che trascende la trama tradizionale per evocare verità universali, tipiche del simbolismo poetico.

Above Scene dai film di Deren, dove il movimento di attori e macchina da presa segue tecniche coreografiche.
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Il film si articola attraverso simboli universali. Le tre Parche rappresentano le sfaccettature dell’animo umano: Clotho, che fila il destino, Lachesis, che lo misura, e Atropos, che lo recide. Attraverso questa lente, la frenesia moderna diventa una critica alla nostra incessante ricerca di consumo, che svuota la vita di significato. In questo contesto, l’uso dell’espressione lirica, tipica della poesia, prevale sulla drammaturgia teatrale o sull’epica del romanzo. La capacità del cinema di essere poetico risiede proprio in questa tensione verso l’interiorità, dove l’immagine diventa metafora universale.
Se l’epica imita il mondo oggettivo e il dramma analizza il conflitto interiore, la lirica esprime direttamente l’anima tramite metafore e ritmo. Questa visione, cara alla critica letteraria occidentale, risuona nel saggio di Maya Deren Poetry and Film (1953), dove lei stessa sottolinea come poesia e dramma possano coesistere. Il cinema, come la danza, usa il ritmo e l’inquadratura per dilatare o fermare il tempo psicologico. Nel terzo segmento di Ritual in Transfigured Time, la danza con la statua di marmo diventa un atto di creazione e liberazione. La statua funge da ancora in un mondo che ha smarrito il tempo; è l’arte stessa, il cinema, che permette di scolpire il tempo per salvare l’esistenza dal vuoto.
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Above Ritual in Transfigured Time (1946): la danza poetica con la statua di marmo.
L’immagine cardine del cinema di Deren è il “taglio”: il gesto del regista che monta la pellicola, lo scultore che modella la forma, l’artista che recide il superfluo per rivelare l’essenza. Questo taglio non è solo tecnico, ma metaforico: è la capacità del cinema di ritagliare il senso della vita stessa. Il ritmo del montaggio crea la magia della sospensione temporale, un’esperienza che il pubblico prova solo di fronte a un’opera capace di trasformare il tempo in emozione poetica. Senza questo linguaggio lirico, Maya Deren non avrebbe potuto condensare una riflessione così profonda sull’arte e sull’essere umano in soli 14 minuti di film.
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