Il dress code del Met Gala di questa stagione dichiara che la moda è arte; esploriamo gli iconici designer che per primi hanno colmato questa lacuna
L'annuale Met Gala rappresenta il principale punto d'incontro tra l'industria globale della moda e il mondo dell'arte istituzionale. In quanto evento principale di raccolta fondi per il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art, il gala esplora vari temi che elevano i capi da semplici indumenti allo status di “Costume Art”. Quest'anno, la mostra esplora come i designer manipolino i tessuti per riflettere i movimenti delle belle arti, imponendo un dress code che sottolinea come la moda è arte. Questo concetto suggerisce che un capo possa esistere come un capolavoro tridimensionale, piuttosto che come un mero prodotto commerciale.
Prima che il tappeto rosso venga srotolato e i primi ospiti salgano le scale del Metropolitan Museum of Art, esaminiamo l'alchimia tecnica alla base del dress code di questa stagione: “Fashion Is Art”. Suggerire che la moda è arte significa riconoscere una stirpe di designer che si è rifiutata di trattare il corpo come un semplice manichino, scegliendo invece di considerarlo un'estensione strutturale della tela. Dalle rigide geometrie del modernismo olandese alla fluida violenza di una xilografia giapponese, questi momenti d'archivio fungono da modello per una serata dedicata alla forma vestita come oggetto accuratamente selezionato.
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Christian Dior e Hokusai (2007)
La collezione Haute Couture Primavera 2007 di John Galliano per Dior ha esplorato un omaggio strutturale all'arte giapponese. Invece di applicare una stampa grafica dell'opera “La grande onda di Kanagawa” di Katsushika Hokusai, Galliano ha tradotto la potenza e la curvatura della xilografia del periodo Edo nella silhouette dei capi. I colletti e le gonne presentavano intricate tecniche di piegatura e plissettatura per creare massicce creste bianche e blu. Queste onde di tessuto imitavano la schiuma e gli spruzzi presenti nell'opera originale del XIX secolo. Trasformando l'onda in una forma fisica, la collezione ha dimostrato che la moda è arte attraverso il mezzo della sartoria architettonica.
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Elsa Schiaparelli e Salvador Dalí (1937)
La collaborazione tra Elsa Schiaparelli e Salvador Dalí ha dato vita, nel 1937, al Lobster Dress, un esempio fondamentale della moda surrealista. Questo abito da sera in organza di seta bianca presentava una grande aragosta rossa dipinta da Dalí. Il posizionamento del crostaceo era intenzionalmente provocatorio, riflettendo l'interesse surrealista per il subconscio e la giustapposizione di oggetti mondani all'eleganza formale. Indossato da Wallis Simpson per un servizio fotografico su Vogue, l'abito ha funzionato come un pezzo di commento sociale all'avanguardia. Questo capo rimane un punto di riferimento primario per coloro che sostengono che la moda è arte, data la sua origine diretta nel movimento surrealista.
Yves Saint Laurent e Piet Mondrian (1965)
La collezione Autunno/Inverno 1965 di Yves Saint Laurent ha introdotto l'abito a trapezio Mondrian, diventato una delle intersezioni più riconosciute tra moda e belle arti. Saint Laurent ha adattato i dipinti neoplastici di Piet Mondrian, in particolare la “Composizione con rosso, blu e giallo”, a un abito in lana senza maniche. Il design si basava su una costruzione complessa e cuciture nascoste per garantire che le rigide griglie nere e i blocchi di colori primari rimanessero inalterati dalle curve del corpo. Questo approccio ha trasformato chi lo indossava in una tela vivente, consolidando ulteriormente la convinzione che la moda è arte nel contesto del modernismo del XX secolo.
Viktor & Rolf e l'Action Painting (2015)
Per la loro sfilata Wearable Art dell'autunno 2015, Viktor & Rolf hanno esplorato i confini fisici tra una tela e un capo d'abbigliamento. La collezione ha tratto ispirazione dall'Action Painting e dalle tecniche di artisti come Jackson Pollock. Le modelle sono apparse in cornici rigide e dorate che sostenevano tessuti macchiati, ricordando il pavimento di uno studio. Durante la presentazione, i designer hanno sganciato queste cornici dalle modelle e le hanno appese sulla parete di una galleria. Questa performance ha evidenziato la transizione letterale di un indumento da oggetto di vestiario tridimensionale a un'opera d'arte bidimensionale da parete, mettendo in discussione la definizione tradizionale di utilità nell'abbigliamento.
Moschino e Pablo Picasso (2020)
La collezione Primavera 2020 di Jeremy Scott per Moschino è stata un tributo al movimento cubista guidato da Pablo Picasso. I capi sono stati creati per sembrare dipinti piatti e distorti, utilizzando tessuti irrigiditi per donare effetti bidimensionali alla forma umana. Scott ha incorporato pennellate dipinte e forme asimmetriche che citavano direttamente l'opera “Les Demoiselles d'Avignon” di Picasso. Decostruendo il soggetto e presentandolo contemporaneamente da più angolazioni, la collezione ha tradotto con successo la filosofia estetica del cubismo in un guardaroba moderno, dimostrando che la moda è arte quando sfida la percezione della prospettiva e dei volumi da parte dell'osservatore.
Alexander McQueen e Hieronymus Bosch (2010)
Nella sua ultima collezione, intitolata Angels and Demons, Alexander McQueen ha guardato al Rinascimento nordeuropeo per trovare ispirazione. Ha utilizzato la stampa digitale per avvolgere il corpo in scene tratte dal trittico del XV secolo di Hieronymus Bosch, “Il giardino delle delizie”. Queste raffigurazioni intricate e caotiche del paradiso e dell'inferno sono state applicate a capi altamente strutturati, tra cui giacche e abiti da sera. La collezione ha colmato il divario tra il timore religioso del periodo tardo gotico e la precisione della sartoria moderna. L'uso da parte di McQueen di questi capolavori storici ha permesso agli abiti di portare un peso narrativo solitamente riservato ai dipinti da museo.
Rodarte e Vincent van Gogh (2012)
La collezione Primavera 2012 di Rodarte, disegnata da Kate e Laura Mulleavy, si è concentrata sulle qualità materiche ed emotive delle opere post-impressioniste di Vincent van Gogh. Le stiliste hanno tradotto le pennellate spesse e corpose di dipinti come “Notte stellata” e “Girasoli” in tessuti tattili. Questo è stato ottenuto attraverso l'uso di seta a strati, paillettes e ricami intricati che imitavano il movimento vorticoso della pittura a olio. L'estetica è andata oltre la riproduzione visiva, utilizzando la manipolazione del tessuto per replicare la profondità fisica e l'intensità delle tele di Van Gogh. Catturando l'energia turbolenta della mano dell'artista, la collezione ha riaffermato che la moda è arte quando si concentra sull'esperienza viscerale del mezzo.




